AGONIE NEL PIATTO

Ogni popolo, a seconda della disponibilità di risorse naturali, ha sviluppato nel tempo modi infiniti per cucinare i cibi.
Pertanto ognuno ha la propria cucina tipica, con caratteristiche olfattive e gustative che non sono necessariamente gradite a tutti, tanto che possono scatenare reazioni di vero disgusto.
Nel tempo le migrazioni hanno contribuito al mescolarsi di molte tradizioni locali e alla nascita di nuove forme di cucina; oggigiorno è soprattutto il viaggiare per diletto che porta alla conoscenza di un insospettato universo gastronomico.

Ci sono però alcune forme di cucina di cui si sentiva parlare o si poteva leggere sui libri, ma solo una ristretta minoranza di persone poteva permettersi di farne esperienza diretta.
Anche oggi non sono poi moltissimi coloro che possono permettersi di viaggiare in lungo e in largo per il mondo alla ricerca delle specialità della gastronomia mondiale.
Come per altre cose, anche nel settore del cibo internet ha contribuito a diffondere usi e costumi di altri popoli; i filmati in rete consentono quasi a tutti di scoprire le specialità di altri Paesi ed il modo di prepararle; la sola cosa che ancora non è possibile è sentirne gli odori e il gusto al palato.

Ai nostri giorni è molto in voga la cosiddetta "cucina etnica" cioè quella tipica di zone lontane da noi per storia, tradizioni e cultura di un popolo.

Nel nostro Paese molti si sono scoperti amanti della cucina cosiddetta esotica e sono cominciati a spuntare come funghi, fin dai primi anni '80, i ristoranti cinesi.
Ora è facile scegliere di mangiare anche messicano, indiano, etiope, arabo e chi più ne ha, più ne metta.
Ovviamente le ricette sono state adattate al gusto occidentale; si pensi ad esempio ai nidi di rondine tanto cari alla cucina asiatica e cinese in particolare, che qui da noi sono presentati in versione "addomesticata" cioè senza l'utilizzo del vero nido di rondine, anzi, se chiedete ai cinesi, vi diranno che sono frottole , ma questo ovviamente solo per non farvi venire un moto di schifo.
In effetti laggiù si tratta di un cibo prelibato; non è però un nido di rondine come potremmo pensare noi, ma quello di una particolare specie di rondone che nidifica sulle coste marine; il nido in oggetto è costituito dalle secrezioni salivari di questo volatile e viene raccolto appena terminato e prima che possa venir usato dal suo costruttore; in pratica è un nido nuovo di zecca.

Durante le olimpiadi di Pechino il governo cinese aveva vietato di preparare e servire carne di cane nei ristoranti, ben sapendo quanto questa pratica risultasse odiosa agli occidentali e non volendo mettersi in cattiva luce agli occhi del mondo intero.
Ufficialmente questo divieto è stato osservato, ma nel sommerso quanti occidentali più o meno inconsapevolmente hanno mangiato spezzatino di cane?
E naturalmente, dopo l'avventura olimpica, la carne di cane è tornata a troneggiare nei ristoranti e nelle case cinesi.

Qualcuno obietterà che qui in occidente si mangiano vitelli, maiali, pecore, polli, ecc. e nessuno si scandalizza per questo.
Giusta osservazione, Paese che vai, cibo che trovi.
L'uccisione degli animali a scopo alimentare è una pratica vecchia di millenni e non fa differenza che ad essere ucciso sia una gallina, un maiale, un vitello, un cane, una pecora; la violenza e la crudeltà sono di casa in ogni macello, in qualsiasi parte del mondo, Italia compresa ed anche i contadini hanno sempre ucciso gli animali che allevavano senza pensarci su due volte, considerandoli niente di più che oggetti animati da usare.

Ma che dire di coloro che mostrano un evidente compiacimento nell'uccidere?
Guardate le fotografie di questa ridanciana famigliola cinese.

Da qualche tempo in Italia vanno alla grande i ristoranti giapponesi; è scoppiato il boom del pesce crudo, condito o marinato con una miriade di salsine e salsette, che viene in genere identificato con la cucina giapponese, mentre in realtà si tratta di una consuetudine diffusa anche in Cina, Vietnam, Laos, Corea...insomma, in tutti i Paesi asiatici "dagli occhi a mandorla".

Non si pensi però che in Asia il pesce lo si mangi solo come viene presentato nei ristoranti aperti in Italia; ci sono altre usanze che qui da noi non sono ancora giunte "ufficialmente" perché ritenute inaccettabili dalla cultura occidentale, ma i deviati mentali desiderosi di mangiare certi piatti sono più numerosi di quanto non si creda.
E molti turisti occidentali in visita nei Paesi dell'Asia orientale ne approfittano per assaporare vivande particolari.
Di cosa si tratta è presto detto: è una preparazione sovente a base di pesce con numerose varianti.
La particolarità è racchiusa nel nome: Piatto Vivo (in giapponese IKIZUKURI).
Nei ristoranti infatti è possibile ordinare animali vivi direttamente dal menu ed anche indicando direttamente in un acquario pieno di pesci, gamberi, calamari, aragoste, polpi e ostriche o nei contenitori delle rane, l'animale che si desidera mangiare.
Il cibo, completamente crudo o parzialmente cotto, sarà servito a tavola in pochi minuti, l'animale sarà letteralmente vivo e con gli organi vitali intatti, in modo che continui a restare in vita e contorcersi negli spasmi dell'agonia mentre i commensali ne strappano le carni per cibarsene.

I brevi filmati che seguono vi daranno una solo pallida idea di ciò che succede in molti ristoranti asiatici.



Suzuki Ikizukuri

Aji Ikizukuri

Sashimi




Nel filmato che segue ecco alcuni occidentali che mangiano di gusto il pesce che ancora si dibatte nel piatto.

Sushi





C'è anche il pesce cucinato " Ying Yang" ovvero "morto e vivo", così definito perché viene immerso a friggere nell'olio bollente, ad eccezione della testa, che il cuoco avvolge in uno straccio bagnato, mantenendola fuori dall'olio bollente.
Il pesce così torturato è ancora ben vivo e viene servito con la parte del corpo arrostita ricoperta da una salsa agrodolce.
La preparazione avviene molto rapidamente, facendo attenzione a non danneggiare gli organi interni dell'animale, così che possa rimanere in vita ancora per una mezz'ora, in modo che il consumatore possa godere fino in fondo della delizia di mangiare un essere mentre è ancora vivo.
Il primo dei due filmati mostra la frittura del corpo del pesce, mentre nel secondo video è presentato il pesce nel piatto di portata.

Yin Yang in cucina

Yin Yang in tavola




Come si possono anche solo lontanamente ideare simili atrocità? Che razza di gente è mai quella?
E gli occidentali che si divertono gustando quelle agonie che razza di gente sono anche loro?
Sono tutti, senza distinzione alcuna, dei fottutissimi bastardi, degli esseri abominevoli, che andrebbero ripagati con la stessa moneta, proprio come quelli che in ogni parte del mondo, Italia compresa, abusano e compiono misfatti ai danni degli animali, usandoli come fossero oggetti senza sensibilità fisica ed emotiva.



Alcune realtà nella nostra "civile" Italia
Piccoli uccelletti, soprattutto pettirossi, vengono catturati principalmente in alcune zone del nord Italia, prevalentemente in provincia di Brescia (val Trompia e val Sabbia), tradizionali corridoi di transito dell'avifauna migratoria che in autunno giunge a svernare nel nostro Paese e in primavera riparte per i quartieri estivi.
Per la cattura si utilizzano reti tese fra gli alberi oppure trappole ad archetto, che li imprigionano spezzando loro le zampine; i poveri uccellini restano ad agonizzare anche per ore, finché il bracconiere non arriverà a prelevarli, uccidendo quelli ancora vivi.
Se ne fanno vere stragi e vengono poi rivenduti spennati a 2,5 euro l' uno e serviti illegalmente da molti ristoranti nei giorni di chiusura, dice Isidoro Furlan, vice comandante del Corpo Forestale di Stato di Belluno.
Vengono infilzati sugli spiedini e arrostiti, poi vengono serviti con la polenta.

Sull' Aspromonte, in Calabria, c'è l' usanza di consumare il filetto di scoiattolo, in Veneto quella di mangiare i ghiri con la polenta.

In Emilia, in Abruzzo e in Molise c'è chi cucina i ricci, piccoli mammiferi selvatici dal caratteristico corpo protetto da aculei.
Racconta il vicecomandante Furlan: "I bracconieri non riescono ad ammazzarli perché si chiudono a palla, quindi li buttano ancora vivi in pentola, nell' acqua bollente, poi li scuoiano e li friggono".
Li catturano nel tardo autunno, poco prima che vadano in letargo, perché la carne è più grassa e saporita.
Questa barbara usanza però non è appannaggio solo delle tre regioni sopra menzionate, è presente anche in Lombardia, Piemonte e in molte altre zone d'Italia; si tratta di una consuetudine contadina che data da lungo tempo.

E' vietatissimo mangiare le cieche, piccole anguille trasparenti essenziali per il ripopolamento della specie.
Partono dal mar dei Sargassi, unico posto al mondo dove si riproducono e risalgono fino in Europa dirigendosi verso le foci dei fiumi, che risalirannno per vivere la loro vita, in attesa di essere adulte e poter tornare nel mar dei Sargassi per la riproduzione.
In Toscana, soprattutto in provincia di Pisa, sono pescate di frodo per essere cucinate al forno e così pure in Campania, Sicilia, Basilicata e Puglia.
Questa è una delle cause per cui si sono estremamente rarefatte le anguille europee, diminuite addirittura dell' 80% negli ultimi anni.

Delfino stenella striata Il delfino, mammifero marino presente nei mari Italiani soprattutto nella specie Stenella striata è un animale protetto dalle convenzioni internazionali (Convenzione di Washington) e non può essere né cacciato né mangiato, ma sul litorale romano alcuni ristoratori, sottobanco, servono piatti a base di carne di delfino.
Se conoscete le persone giuste, il "black", questo il nome in codice del filetto di delfino, chiamato anche "mosciame" è servito anche in altre zone d'Italia. Viene venduto anche essiccato, da asporto; costa carissimo, circa duecento euro al chilo.
Un servizio di Giulio Golia, andato in onda durante la puntata de "Le Iene Show" del 29 ottobre 2013, ha confermato le voci che da tempo circolavano in proposito.

Ma come si procurano i filetti di un animale che è vietato catturare?
Si può trattare di esemplari che restano accidentalmente imprigionati nelle reti da pesca; per legge devono essere liberati, ma i pescatori li uccidono a mazzate in testa, asportano testa e pinne, ne vendono il pregiato filetto ed il resto finisce anch'esso in vendita, spacciato per squalo.
Sovente le reti vengono addirittura calate proprio nei luoghi in cui possono essere catturati, così la lucrosa pesca è assicurata.
Il delfino però non viene venduto solo ai ristoranti; ci sono i grossisti, i cui frigoriferi abbondano di costosi pezzi di filetti confezionati sottovuoto.
Per essere sicuri che si trattasse davvero di delfino, Le Iene hanno fatto analizzare i campioni raccolti e l'esame del dna ha dato il responso: , cioè il delfino tipico dei nostri mari.
Questo problema non riguarda solo il Lazio, spiega Ciro Lungo, responsabile del Cites del Corpo Forestale dello Stato, che si occupa della tutela delle specie protette.

Lazio: delfino nel piatto

Nel resto d'Europa la situazione è pressoché la stessa; gli abusi sugli animali in nome del dio-stomaco non si contano.




Che dire di questa umanità, di questo "homo sapiens" che si crede il padrone della terra, che si arroga il diritto di vita e di morte su ogni altro essere vivente nei tempi e nei modi che preferisce?
Siamo l'unica specie vivente inutile e la sola nociva.
I popoli che sapevano vivere in armonia con la natura sono stati decimati con ogni mezzo, pressoché cancellati dalla faccia del pianeta, privati della loro identità storica e culturale; solo per portare qualche esempio, pensiamo al genocidio perpetrato nei confronti dei nativi americani o degli aborigeni australiani.

Il "seme genetico" prevalente dell'umanità evidentemente era un seme malato ed i pochi semi sani che c'erano sono stati sopraffatti.
E da un seme malato non possono nascere buone piante.





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Né a Pasqua, né mai!


Articolo di Beatrice Montini (Corriere della Sera)
Investigazioni di Animal Equality Italia






Malata di sclerosi multipla e contraria alla sperimentazione animale
Dottor Stefano Cagno

Clicca la foto per l'articolo del dott. Stefano Cagno, Dirigente Medico Ospedaliero dell'Az. Osped. Desio e Vimercate (MB)
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